Il prezzo dell’oro scende sotto i 4.000 dollari tra vendite speculative anomale
Autore originale: Zhao Ying. Fonte: Wall Street Journal.
Quella dell’oro è una anomalia da manuale: tutti i fattori macroeconomici che dovrebbero spingere il prezzo verso l’alto si stanno materializzando insieme, eppure le quotazioni si muovono nella direzione opposta. Venerdì scorso il metallo ha rotto al ribasso la soglia psicologica dei 4.000 dollari. L’ultima analisi di Goldman Sachs individua le vere cause di questa pressione di vendita anomala e avverte che gli assetti di mercato non si sono ancora normalizzati: i rischi al ribasso restano aperti.
Venerdì i futures sull’oro con scadenza dicembre hanno chiuso a 3.898,90 dollari l’oncia, in calo del 3,3% nella seduta. L’oro spot ha toccato il livello più basso da ottobre 2025, circa il 30% sotto il massimo storico di quasi 5.600 dollari segnato a gennaio. Il team commodities di Goldman Sachs segnala nel report settimanale che la rottura dei 4.000 dollari è avvenuta in un contesto di rischi geopolitici nel fine settimana e di contrazione generalizzata della propensione al rischio. I volumi sul CME sono aumentati dell’80% rispetto al giorno precedente; l’ETF GLD ha scambiato circa 4 miliardi di dollari, settimo ETF per volume nella giornata.
L’analista Robert Quinn scrive che dal 22 settembre il mercato ha liquidato posizioni su futures oro per 19,5 miliardi di dollari, con un’accelerazione delle vendite. I protagonisti non sono i soliti hedge fund, ma fondi classificati come other e non reportable, che insieme rappresentano circa il 95% delle vendite complessive. Nel mercato delle opzioni il sentiment sulle put è salito all’ottantacinquesimo percentile, un livello non visto da un anno: gli operatori si posizionano per ulteriori ribassi.
Il paradosso dietro le vendite è questo: la domanda strutturale, quella delle banche centrali, esiste e continua ad alimentare gli acquisti, ma il ritmo è molto più lento di quello delle vendite. Compratori insensibili al prezzo incontrano venditori altrettanto insensibili: le banche centrali comprano a prescindere dalle quotazioni; grandi detentori, come Stati sovrani, liquidano l’oro, l’attivo di riserva più liquido, senza guardare al prezzo per esigenze di liquidità. Nella sfida tra le due forze, oggi prevale chi si muove più rapidamente.
Dimensione e ritmo delle vendite: cinque settimane consecutive, 19,5 miliardi
Secondo l’analisi Goldman dei rapporti CFTC sul posizionamento, le vendite speculative sull’oro hanno accelerato nella finestra del 20-27 ottobre. Managed money, categoria other e posizioni non reportable hanno venduto insieme 8 miliardi di dollari: quinta settimana consecutiva di deflussi ribassisti, per un totale di 19,5 miliardi in cinque settimane, di cui 5,2 miliardi di chiusure di posizioni e 2,8 miliardi di nuovi short. In termini dimensionali, ipotizzando un prezzo di circa 4.000 dollari l’oncia, 19,5 miliardi corrispondono a circa 4,9 milioni di once, ovvero quasi 150 tonnellate di oro.
Il modello Goldman di monitoraggio degli acquisti delle banche centrali indica che il settore ufficiale compra oggi circa 85 tonnellate al mese. In altre parole, le vendite speculative di cinque settimane equivalgono agli acquisti complessivi delle banche centrali di quasi due mesi. Conta soprattutto la composizione dei venditori. Gli hedge fund, cioè il managed money, sono quasi assenti dall’ondata; other e non reportable valgono insieme circa il 95% dei volumi venduti. Le liquidazioni di posizioni lunghe nella categoria other hanno raggiunto 4 miliardi di dollari, principale fonte della pressione. Per la CFTC, la voce other comprende family office, trader proprietari e altri grandi conti non classificati come hedge fund: è il cosiddetto slow money, con turnover più basso e posizioni più persistenti.
Tutti i segnali macro hanno fallito: l’ombra della gestione della liquidità sovrana
Ciò che rende anomala questa fase è che tutti i fattori rialzisti tradizionali sono presenti. Nel periodo osservato il rendimento reale del Treasury decennale USA è sceso di 11 punti base, le azioni sono state sotto pressione e le tensioni geopolitiche in Medio Oriente sono rimaste elevate: tre catalizzatori storicamente affidabili per l’oro. Eppure il metallo è calato dell’1,6%.
Robert Quinn di Goldman Sachs attribuisce parte della spiegazione alle preoccupazioni sulla gestione della liquidità sovrana e al rafforzamento del dollaro. Nello stesso periodo il Brent è salito del 4,1% e il Dollar Index dello 0,6%. Goldman osserva che le posizioni lunghe della categoria other mostrano una correlazione negativa moderata con dollaro e Brent su base mobile a sei mesi: tendono cioè a essere chiuse quando petrolio e biglietto verde si rafforzano. L’espressione gestione della liquidità sovrana allude a uno scenario che inquieta il mercato: con il Brent in salita e i conflitti regionali ancora aperti, alcuni Stati importatori di petrolio, e persino esportatori, potrebbero avere più bisogno di dollari che di oro, anche se l’oro resta l’attivo più liquido delle loro riserve. Goldman segnala inoltre un flusso fisico rilevante di oro verso Londra: i lingotti in arrivo sono proprio quelli vendibili sul mercato londinese.
Posizioni non ancora chiuse: rischi al ribasso ancora presenti
Goldman è netta: le vendite non sono finite. Al 27 ottobre le posizioni lunghe della categoria other restano sopra la mediana biennale sia in valore nozionale sia in percentuale dell’open interest. La quota di posizioni lunghe della categoria ha toccato un picco di circa il 20% a metà ottobre, il livello più alto nel grafico a un anno di Goldman; dopo le vendite recenti è scesa a circa il 18%, ma resta ben sopra il minimo dell’11%-12% toccato a febbraio.
I dati COT si fermano al 27 ottobre; da lì il quadro è peggiorato. Secondo Goldman, tra il 27 e il 30 ottobre l’oro ha perso un altro 4,3%, mentre il Brent è salito del 3,7% ed è diventato il principale fattore di pressione; il calo del dollaro e dei rendimenti reali non ha più sostenuto le quotazioni. Sul fronte ETF, giovedì scorso le partecipazioni di GLD erano ancora solo circa l’1% sotto il massimo storico. Goldman stima che, anche attribuendo ai tagli di posizioni tutti i deflussi ETF di venerdì scorso, si tratterebbe di circa 1 milione di once, contro oltre 100 milioni di once detenute da GLD. Il potenziale di vendita resta quindi ampio.
Mercato opzioni: sentiment put ai massimi dell’anno
Anche i segnali del mercato delle opzioni sono preoccupanti. Secondo Quinn sono salite sia la volatilità implicita a tre mesi dell’oro sia lo skew put/call normalizzato a 25 delta; quest’ultimo ha raggiunto l’ottantacinquesimo percentile dall’inizio dell’anno. Secondo i dati Goldman, lo skew è passato da circa 10 a settembre a circa +6, mentre la volatilità implicita a tre mesi è risalita da un minimo vicino al 19% nel 2026 a oltre il 21%. Venerdì la volatilità implicita è balzata di 3,5 punti in una sola seduta; la volatilità realizzata ad alta frequenza su due settimane ha raggiunto 18,5. Sei settimane fa, a settembre, il mercato comprava aggressivamente call; ora i premi delle put sono all’ottantacinquesimo percentile. Il Commodities Trading Desk di Goldman Sachs afferma che l’esposizione corrente a opzioni e delta è limitata e che attende segnali per rientrare, senza aver aggiunto rischio sul lato lungo.
Prossimo supporto e logica rialzista di lungo periodo
Il Commodities Trading Desk di Goldman indica 3.850 dollari come prossimo supporto chiave, ma lo definisce un obiettivo mobile e ammette che l’attesa precedente di tenuta a 3.950 dollari è stata smentita. A 3.898,90 dollari, il prezzo corrente dei futures è a meno dell’1,5% da 3.850 e si colloca anche sotto il pavimento di breve periodo di 4.070 dollari indicato il mese scorso dal team Commodity Research di Goldman nello scenario Fed falco; allora il team riteneva che gli acquisti costanti delle banche centrali avrebbero alzato progressivamente quel livello.
I fondamentali strutturali a sostegno dell’oro restano intatti: le banche centrali continuano ad accumulare metallo, la tendenza alla dedollarizzazione non si è invertita e il team di ricerca di Goldman mantiene l’obiettivo di 5.400 dollari per fine 2027, considerando gli acquisti ufficiali il principale motore verso quel traguardo. Il ritmo degli acquisti strutturali, però, è lento; la pressione di vendita attuale è più rapida. Con le posizioni lunghe della categoria other sopra la mediana biennale, lo skew delle opzioni elevato, i desk di trading alla finestra e il mercato che prezza al 75% circa un rialzo dei tassi Fed a dicembre, Goldman ritiene che il percorso di minore resistenza resti un ribasso iniziale: test del supporto a 3.850 dollari, con possibile rottura, prima che si crei l’occasione per le banche centrali di intervenire e comprare sui cali. Lo scenario sarebbe ancora più chiaro se il petrolio continuasse a salire nella finestra di escalation successiva alle elezioni di metà mandato monitorata dal team commodities.